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Australia: tra tutti i paesi del G20 è la prima ad alzare i tassi di interesse

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La situazione economica in Australia e il futuro di questa nazione che ha subito la crisi in modo marginale rispetto all’Italia e all’Europa intera.

Primo tra i paesi del G20 ad aumentare il costo del denaro è stato l’Australia. Portando i tassi dal 3 al 3.25%, la Reserve Bank ha l’intenzione di continuare in questa direzione. Il cambio di tendenza è avvenuto alquanto rapidamente. Ricordiamo, infatti, che solo un anno fa i tassi australiani erano al 7%, e da dicembre 2008 ad aprile 2009 la banca centrale ha diminuito di 2.25 punti percentuali il costo del denaro.
Cos’è cambiato da allora? Secondo il governatore Glenn Stevens, la situazione economica dell’Australia è sicuramente più forte, tanto da prevedere un 2010 quasi normale dal punto di vista della crescita. Il Paese ha infatti evitato la recessione tecnica: non ha infatti mai registrato due trimestri consecutivi di contrazione dell’attività, subendo una flessione del Pil solo nell’autunno 2008.
Stevens aggiunge che anche la disoccupazione non è aumentata in maniera veloce, mentre l’inflazione è vicina all’obiettivo previsto. Per questi motivi si è deciso di calare pian piano lo stimolo economico fornito dalla politica monetaria.

Ma un altro fattore che ha contribuito alla decisione di cui sopra, è l’aumento veloce delle quotazioni immobiliari. I prestiti per le case hanno avuto una crescita solida e negli ultimi 6 mesi i prezzi delle case sono saliti in maniera notevole.
Qualche giorno fa però, Antony Richards, il capo economista della Reserve Bank, aveva affermato che i tassi sui mutui non potevano restare bassi a lungo in quanto il rischio potrebbe essere rappresentato da un forte aumento delle case.
Ritroviamo quindi anche in Australia la stessa problematica affrontata dalle banche centrali una volta arrivate al bivio della exit strategy: attendere troppo può creare bolle finanziarie, al contrario agire in fretta può fermare la crescita.

David Forrester, di Barclays, afferma che la RBA (Reserve Bank of Australia) ha individuato tre fattori che possono arenare la crescita:

  • necessità di risanamento dei bilanci aziendali nelle grandi economie;
  • calo dello stimolo fiscale auspicato dal governo;
  • cambio forte (il dollaro australiano continua a prendere terreno sulla valuta Usa).

Riguardo questo scenario, molti analisti si aspettano perciò prudenza, augurandosi che i prossimi rialzi siano meditati e arrivino dopo che la RBA abbia eseguito una valutazione degli effetti delle sue mosse iniziali.

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Seguire il modello Sarkozy per dare credito alle aziende

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Il modello Sarkozy per combattere la crisi in Francia potrebbe essere utilizzato anche in Italia emettendo delle particolari obbligazioni, oltre a diversi sgravi per chi avvia nuove assunzioni.

Per venire in aiuto delle piccole e medie imprese in difficoltà, lo Stato potrebbe sottoscrivere delle speciali obbligazioni convertibili, emissioni quasi equity a condizioni convenienti per le Pmi.
Un’altra modalità sarebbe quella di utilizzare le risorse che erano state destinate ai Tremonti bond bancari, ma rimaste inutilizzate, per concedere sgravi fiscali, incentivare le assunzioni, concedere finanziamenti agevolati alle aziende con difficoltà creditizia: il modello Sarkozy.

Queste sono alcune delle ipotesi al vaglio di Confindustria, da quando Unicredit e San Paolo hanno convenuto la ricapitalizzazione senza usufruire dell’intervento statale: il Ministero dell’Economia dispone quindi di 6 miliardi di euro da poter destinare ad altri settori.

Ricordando ancora una volta il piano di sostegno di Sarkozy, gli interventi a favore delle Pmi sono molteplici. Le piccole e medie imprese italiane, come le francesi, e le banche europee collassate dalla recessione e dai titoli tossici, hanno bisogno di ricapitalizzarsi. Per le Pmi, ciò vuol dire migliori condizioni di finanziamento presso gli istituti bancari. A tal proposito, il governo Sarkozy ha messo a disposizione nuovi fondi per favorire gli aumenti di capitale, oppure obbligazioni convertibili emesse dalle imprese a corto di capitale.
Inoltre le Pmi francesi godranno di sgravi fiscali nelle assunzioni o negli investimenti fissi, e lo Stato potrà direttamente concedere finanziamenti agevolati.

In Italia, la conversione dei Tremonti bond emessi dalle banche in bond per le Pmi, avrebbe bisogno di un intermediario. Attualmente la Cdp non può farlo perché non possiede gli strumenti per il microcredito e il risparmio postale potrebbe spingersi fino al rischio-banca o al rischio-progetto.

Finora, il Ministro Tremonti ha aiutato le Pmi attraverso tre grandi interventi, mediati dalle banche:

  • 8 miliardi di liquidità del risparmio postale messi a disposizione dalla Cassa Depositi e Prestiti indirettamente per le Pmi;
  • miliardi di euro di garanzie Scace su prestiti concessi dalle banche alle Pmi che hanno crediti con le pubbliche amministrazioni;
  • creazione di una linea speciale Cdp-banche.

Obiettivo futuro? Tremonti bond senza l’intermediazione bancaria.

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Lo scudo fiscale porterà denaro anche al bonus ricerca delle aziende

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Il ministro Scajola annuncia che una parte del denaro ricavato dallo scudo fiscale andrà in aiuto a quelle imprese in grado di investire in ricerca tecnologica e nuovi sistemi produttivi.

Di fronte alla platea degli industriali di Genova, il 6 ottobre 2009, il ministro dello sviluppo, Claudio Scajola, ha annunciato la sua proposta, diretta a Tremonti e altri colleghi, affinché i soldi dello scudo fiscale siano in parte destinati alle imprese, in particolare al credito d’imposta e alle innovazioni.

Ha inoltre difeso l’operato del governo nella gestione della crisi e nella sua attenzione ai problemi delle imprese e dell’economia. Ciò in particolare riferimento alle accuse della Marcegaglia, presidente di Confindustria, che aveva rimproverato la politica di disattenzione e poca responsabilità nell’amministrazione della situazione economica.

A riprova delle proprie affermazioni, Scajola, fa riferimento:

  • al Pil italiano che sembra andar meglio che in altri paesi,
  • alla disoccupazione e al debito pubblico che sono al di sotto della media europea,
  • al sistema bancario che è stato in grado di fronteggiare la crisi senza ricorrere ai bond pubblici,
  • ai dati positivi delle esportazioni di settembre.

Scajola continua il suo discorso riconoscendo che la crisi è tutt’altro che lontana e non sarà breve, ma la ripresa dell’economia deve passare attraverso la capacità di resistenza delle imprese italiane che sapranno risollevarsi anche grazie al sostegno dell’esecutivo, sia attraverso le iniziative già varate (come il rifinanziamento del fondo di garanzia per piccole e medie imprese con 1,6 miliardi di euro), sia attraverso manovre future: ad esempio una parte del denaro proveniente dallo scudo fiscale verrà utilizzato per il credito d’imposta, e verranno dati degli incentivi per fornire più risorse alla ricerca industriale, all’innovazione tecnologica e a nuove filiere produttive.

Altro tema di intervento del ministro è poi stato l’energia: a breve saranno nominati degli appositi commissari per rendere più celere gli interventi infrastrutturali energetici. Egli conferma l’impegno sul nucleare, affermando che, qualora si rendesse necessario, il governo si andrebbe a sostituire alle regioni.

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